Tele stampate di Romagna
Il primo accenno all'attività delle stamperie Romagna risale alla fine del Settecento. L'exploit dell'attività artigiana delle stampe romagnole tela si ebbe nei primi decenni dell'Ottocento come testimoniano le numerosissime matrici ancora in possesso delle storiche botteghe presenti nella bassa Romagna.
Dal catalogo Tele stampate di Romagna, martedì 04 ottobre 2005
Un po' di storia delle tele stampate di Romagna dell'Antica Bottega Pascucci
Il primo accenno all'attività delle stamperie Romagna risale alla fine del Settecento. L'exploit dell'attività artigiana delle stampe romagnole tela si ebbe nei primi decenni dell'Ottocento come testimoniano le numerosissime matrici ancora in possesso delle storiche botteghe presenti nella bassa Romagna.
La tela stampata aveva come destinazione non case abbienti, bensì modeste: i motivi impressi sulla canapa che servirà da tovaglia, tenda copriletto rappresentano un surrogato povero di tessuti ricchi, magari ricamati oppure stampati con metodi ben più preziosi. Forse la fortuna questo tipo di artigianato risiede proprio in questo: dopo aver a lungo fornito unicamente coperte per buoi (di solito con l'effigie di S. Antonio Abate) si iniziò, sicuramente su richieste precise della medesima committenza contadina, ad elaborare ornamenti diversi, ma ugualmente poveri (tela grezza, pochi colori, primi fra tutti il ruggine ricavato da ferri vecchi), ad imitazione di prodotti più costosi. Di essi i ceti più popolari potevano così possedere almeno la memoria, l'idea di eleganza, e tentare in questo modo di istituire un rapporto con un mondo di cui molto difficilmente avrebbero potuto entrare a far parte.
Proprio a causa di questa imitazione di oggetti ricchi si sviluppa nelle decorazioni degli stampi una capacità mimetica indubbiamente rilevante: si imita non solo il disegno, ma la natura stessa della fonte d'ispirazione. Disegni tratti ad evidenza da ricami, tappeti, broccati- e poi da repertori di galloni, nastri, bordure, fiocchi. Ricorrente, ad esempio, è il motivo del cardo, che si ritrova ampiamente in tessuti preziosi del Quattrocento, come il mantello in broccato d'oro di Sigismondo Pandolfo Malatesta, cui i decoratori romagnoli avevano forse più agio ad ispirarsi.
Aceto, farina e un pizzico di ferro
Il primo senso che si mette in moto, quando si entra nella bottega dei Pascucci, è l'olfatto: forte, si sente odor d'aceto. Questo, svelerà poi Riccardo (uno dei tre cugini stampatori), è uno dei componenti principali della pasta colorante.
La composizione non è più segreta, ma ogni artigiano mantiene una sorta di brevetto sulla formula completa, sulla quantità dell'uno o dell'altro componente. Si parla di stampe a ruggine proprio perché l'ingrediente principale è il ferro dolce, opportunamente ossidato, che viene trattato con puro aceto di vino e acido nitrico per farne precipitare la ruggine; si aggiungono acetato di piombo e solfato di ferro. Il tutto viene legato con farina bianca di frumento che darà consistenza collosa alla pasta colorante. Per i pesi e le modalità di preparazione vale più il colpo d'occhio dell'esperto artigiano di qualsiasi improbabile prontuario scritto. Per gli altri colori preparati dalle stamperie con inedite combinazioni e tagli cromatici ci si avvale di basi minerali già sintetizzate chimicamente.
Ma, nonostante i nuovi colori realizzati ultimamente, la stampa a ruggine rimane di gran lunga la più richiesta dalla clientela, non solo a Gambettola.
Gli stampi
La stampa manuale delle tele, secondo la tradizione ed il metodo romagnolo, adotta la tecnica della xilografia (dal greco ksylon: legno). Ogni stamperia ha il suo patrimonio di stampi-matrici, spesso realizzati all'interno della bottega dallo stesso proprietario. In genere si usa il legno di pero, dolce all'intaglio, con pochi nodi, resistente ai colpi del mazzuolo. Gli stampi sono intagliati con scalpelli e sgorbie: viene asportata una profondità di 5-7 millimetri, quella porzione di legno che non sarà interessata dall'applicazione della pasta colorante per la riproduzione del disegno. Un numero dipinto o intagliato sul dorso dello stampo ne facilita il ritrovamento nei ricolmi scaffali della bottega. Anche se c'è un fondo di disegni comune alle diverse stamperie, dovuto alla circolazione di motivi non coperti da alcuno "copyright", è possibile individuare tratti stilistici più propri di ciascuna bottega.
Il processo di stampa
Una volta preparata la pasta da stampa, le operazioni successive si dipanano con una sequenza ancor oggi rimasta inalterata nei laboratori romagnoli che hanno tramandato di generazione in generazione l'arte di stampare i tessuti. La pasta viene stesa su un tampone mentre la tela da stampare è posta su un bancone opportunamente imbottito. Si intinge lo stampo nel tampone e quindi lo si applica sul telo percuotendolo con un mazzuolo di circa quattro chili. Dopo alcuni colpi il disegno è impresso e si continua nel lavoro di decorazione. Terminata la decorazione il telo viene posto ad essiccare. Quindi si procede al fissaggio con soda caustica, un tempo ottenuta con cenere ed acqua calda (il ranno), che rende queste tinte praticamente inattaccabili.
Cinque generazioni di stampatori
Nella bottega dei Pascucci, a Gambettola, si può ammirare un mangano datato 1826, con il quale, prima di essere decorata, la tela viene stirata. E' una pressa di peso notevole, mossa manualmente, che aziona i rulli attorno ai quali è stato avvolto il tessuto. Riccardo Pascucci, insieme al fratello Giuseppe ed al cugino Francesco, è l'erede di questa tipica arte romagnola. Un mestiere che ama e che racconta volentieri.
"Tintori e stampatori da oltre cinque generazioni: questa è la famiglia in cui sono nato. Il metodo di lavoro non è cambiato: ora come allora stampiamo i tessuti naturali usando stampi di legno di pero incisi a mano ed il color ruggine ricavato da un'antica ricetta segreta. Oggi la tela è prodotta industrialmente, ma nel passato si stampava quella tessuta in casa, specialmente con la canapa. Intrecci di fili che mi hanno sempre affascinato. Ho molti ricordi dell'infanzia legati alle tele casalinghe: atmosfere irripetibili, dove il babbo raccoglieva noi bambini e, seduto sullo scalino di casa, raccontava il suo lavoro. Meglio delle favole. Ricordo quella volta che, mentre parlava, teneva in mano il filo dell'aquilone: il grosso gomitolo di canapa si srotolava e lui ricordava quando il cortile era animato dalle sartine. Sedute sotto l'albero di noci, quasi tutte vestite di scuro, univano a punto spighetta alcuni teli per ricavarne lenzuola. Accanto al pozzo, di solito, stavano le più giovani, sempre allegre e chiacchierine: erano le ricamatrici. Rifinivano con il 'giornino' gli asciugamani per i corredi da sposa.
Quand'ero piccolo entravo nella vecchia bottega come fosse un antro magico: odori, rumori, ombre, colori... Il grande mangano stirava i torselli e scricchiolava, schiacciando la stoffa col suo peso. I tessuti appena stampati, appesi alle canne in alto, sulle teste, ondeggiavano lenti. Un ragazzo di bottega batteva il mazzetto sul bancone, per stampare una coperta da buoi con l'effigie di Sant'Antonio. E, nell'aria, quel forte odore d'aceto. Lo stesso che si sente oggi appena si varca la soglia della bottega. Lo stesso odore che ha accompagnato l'infanzia del babbo, del nonno, del bisnonno. I Pascucci che, dagli inizi dell'Ottocento, si sono tramandati di padre in figlio i segreti di quest'arte povera.
Poter varcare la soglia del terzo Millennio con la consapevolezza d'essere depositario di qualcosa di antico e prezioso mi emoziona."
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